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ASPIDES Cosa
è inciso sul pezzetto di legno che Maria ha appeso al collo di Gesù poco
dopo la sua nascita? Trafugato il pendente dal tesoro di
Costantino, l'imperatrice Galla Placidia saprebbe come sfruttarne il
potere arcano per riportare agli antichi fasti il decadente impero
d'occidente, ma la scomparsa della reliquia rischia di far sfumare il suo
piano. |
1
Giudea,
753 a.U.c.
Maria era stremata. Sudata, ansante, facendo forza su un gomito riuscì a sollevare un poco il busto. Tutto intorno a lei, fin dove arrivava la luce fioca della lanterna, era lordo di sangue. Poi vide il corpicino appena uscito dal proprio ventre e a un tratto fatica e dolore svanirono. Aveva partorito. Ignorando la fitta all'addome si chinò in avanti e raccolse l'esserino raggomitolato tra le sue gambe. Sporco, chiazzato e grinzoso, era il più bel bambino del mondo. Se lo strinse al seno, chiuse gli occhi e si abbandonò a una felicità piena, intensa, come non aveva mai provato prima. E mentre, ancora a occhi chiusi, ascoltava il proprio respiro reso affannoso dallo sforzo, fu assalita da un dubbio. Respirava il suo bimbo? Di certo non piangeva! A malincuore emerse dal piacevole, riposante torpore in cui era scivolata. Aveva sempre dato per scontato che ci sarebbe stata una levatrice quando fosse venuto il momento, ma non era andata così e ora doveva fare cose che non conosceva se non per sentito dire. Si concentrò sul problema di sculacciare una creatura innocente e indifesa, tanto piccola da poter essere a malapena tenuta in mano. Impacciata, non sapendo come prenderlo e dove colpirlo, dovette in qualche modo avergli fatto male perché a un tratto il piccolo trasse un gran respiro e, dimenando le esili braccia e scalciando con le minuscole gambe, emise il suo primo vagito. Maria lo strinse al petto e lo cullò sussurrando parole dolci finché non si accorse del budello che usciva dal ventre del bambino. Doveva occuparsi anche di quello. Se solo fosse stata più attenta ai racconti delle altre madri. Ma era inutile piangere per ciò che avrebbe potuto essere, doveva arrangiarsi. Prese quindi le forbici dalla bisaccia posata in terra accanto a lei e, stringendo i denti in una smorfia, tagliò. Poi, con uno spago, legò l'estremità del moncone rimasto.
Scossa e tremante, trasse un respiro profondo e finalmente sentì la tensione allentarsi un poco. Quando le mani smisero di tremare così forte ripulì come poteva il piccolo, lo avvolse in un panno e, distesasi sulla schiena, se lo posò sul petto.
Esausta,
lasciò la mente libera di correre e fu sorpresa nell'accorgersi di non nutrire
rancore nei confronti del mondo che l'aveva respinta costringendola a superare
quella prova in una stalla. Né era risentita nei confronti di suo marito,
Giuseppe, che l'aveva lasciata sola e ancora non era tornato. Chissà quanta
strada aveva dovuto fare prima di incontrare qualcuno cui chiedere aiuto. Era
partito appena trovato un riparo per lei, ma era già tardi. Voleva bene a
quell'uomo che l'amava e la rispettava al punto di accettare senza capire un
figlio non suo. Secondo la legge avrebbe potuto ripudiarla per molto meno,
invece non era nemmeno andato in collera quando glielo aveva detto. Si era
rabbuiato, questo sì, ma poi le aveva sorriso: se quello era il volere del Dio
suo e dei suoi avi avrebbe accettato di fare da padre a quel bambino. Poi più
nulla.
L'asino
le si avvicinò e con le labbra strattonò il drappo che copriva il neonato.
«Vuoi vedere il tuo nuovo padroncino?» chiese Maria sorridendo. Poi, sentendo
fame, pensò che anche il piccolo ne avesse e che magari fosse per quello che,
da quando aveva cominciato, non aveva più smesso di piangere. Scostata la
veste, scoprì il seno e con la mano guidò il capezzolo alla bocca del bimbo.
Non
si era accorta di quanto fosse chiassoso il pianto del bambino finché il
silenzio improvviso non risuonò di rumori sinistri che fino a quel momento non
aveva udito. Il vento, fuori, sembrava portare voci lamentose, la paglia
frusciava come nascondesse legioni di topi, l'uscio malandato sbatteva contro lo
stipite facendola sussultare a ogni colpo. Anche la luce della lanterna le parve
a un tratto più fioca e alle sue spalle avvertì la presenze di entità
sinistre che aleggiavano minacciose, quasi che un demonio volesse strapparle la
creatura appena partorita. E se fosse stata assalita dai lupi? O dai briganti?
Perché Giuseppe tardava tanto? Che gli fosse successo qualcosa? Si raggomitolò
nella paglia, immobile, col bimbo stretto al petto, lottando contro la
stanchezza per stare sveglia.
Non
si accorse di essersi addormentata finché non si sentì scuotere la spalla. Si
destò allora con un sussulto.
«Non
avere paura» disse una voce calda. «Sono io, sono tornato.» Inginocchiato
accanto a lei Giuseppe l'aiutò a sollevarsi. Poi, stringendola in un tenero
abbraccio, la guardò scoprire la testa del bimbo che teneva tra le braccia.
«Nostro...»
Giuseppe ebbe un attimo di incertezza. « Nostro figlio.»
«Sì,
Giuseppe, nostro figlio. Lo chiameremo Gesù.»
Giuseppe
annuì e, stringendola più forte, la baciò sulla fronte. Restarono abbracciati
finché una voce trafelata li riscosse. «Accidenti a te, falegname, corri più
veloce del vento!»
L'arrivo
del pastore ruppe l'incanto del momento ma la sua presenza portò allegria e
sicurezza. «Come vedi non ho corso abbastanza» lo contraddisse Giuseppe
scostandosi perché il nuovo arrivato potesse vedere il neonato.
L'uomo
fu scosso da un brivido. «C'è una luce strana questa notte» disse uscendo
dalla stalla per mascherare l'imbarazzo. «Accendo un fuoco perché mia moglie e
le mie figlie possano trovarci.»
La
notizia della nascita del bambino si diffuse in fretta e nei giorni seguenti
molti pastori e agricoltori, passando da quelle parti, si fermarono alla grotta
chi lasciando un poco di cibo, chi un piccolo dono, chi, non potendosi
permettere di privarsi di alcunché, offrendo il proprio lavoro per migliorare
le condizioni della stalla. Per gli abitanti della valle fare una visita al
piccolo Gesù divenne una consuetudine al punto che, tra quelli che passavano a
dare il buon giorno e quelli che venivano per augurare la buonanotte, la grotta
divenne meta di una processione pressoché continua di visitatori.
Una
mattina, mentre era seduta a parlare con la moglie di un pastore, Maria si
trovò a tagliuzzare un rametto con un coltello. Fu così che le venne l'idea di
costruire con le proprie mani un regalo per il figlioletto.
Quando
venne il giorno di rimettersi in viaggio, mentre Giuseppe accatastava sull'asino
le loro povere cose e i doni ricevuti da Gesù, lei legò a una funicella il
legnetto che aveva intagliato e lo appese al collo del bambino.
2
Deserto
di Giudea, 327 d.C.
«Tra
tutti gli uomini dell'impero, proprio a me doveva toccare di portare giù 'sto
tronco?» si lamentò il legionario con la pesante croce di legno messa di
traverso sulle spalle, mentre manteneva a stento l'equilibrio sul fianco del
costone roccioso ricoperto di sassi e ghiaia.
«Taci
Strabo, non è colpa mia se sei tu e non io ad avere due spalle che per passare
dalle porte devi girarti di fianco» lo punzecchiò un compagno. «E poi non
parlare così di quella santa reliquia. Non vorrei mai che il dio
dell'imperatrice se ne avesse a male e sbagliando mira fulminasse me al tuo
posto!» aggiunse prorompendo in una fragorosa risata.
«Vedo
che sei di buon umore, Valerianus» lo riprese il centurione giungendo alle sue
spalle. «Non so come fai ad avere voglia di ridere in mezzo a questa polvere ma
vedrai che saltare il rancio te la farà comunque passare.»
«Come
temevi» sghignazzò Strabo appena il centurione si fu allontanato «il fulmine
ha colpito te.»
«Accidenti
all'imperatrice e alle sue manie» imprecò Valerianus sputando per terra un
grumo di catarro impastato di polvere. «Sono addestrato a combattere, non a
frugare il deserto in cerca dei resti di chissà quale figlio di chissà quale
dio.»
Raggiunto
il fondo del dirupo Strabo e Valerianus caricarono la croce di legno sul carro
che un commilitone aveva guidato fino lì. Poi, rientrati nella colonna che li
aspettava, ripresero la marcia.
«Qualcuno
sa dove siamo diretti?» chiese Valerianus senza farsi sentire dal centurione.
«Non
molto lontano da qui dev'esserci un'altra grotta dove pare che i cristiani
abbiano nascosto alcune reliquie» rispose un legionario che marciava due file
più avanti.
«Spero
che l'accesso sia impervio e la roba da portare bella pesante» fece Strabo.
«Ironia
sprecata, amico mio» ribatté un altro soldato. «Abbiamo un armamentario di
corde e bozzelli da fare invidia a una galea.»
«Ma
c'è almeno un cristiano tra noi?» intervenne un altro. «Perché accidenti
dobbiamo occuparci noi delle loro sciocchezze?»
«Se
anche ci fosse» ribatté Strabo «non credo si dichiarerebbe. Oggi l'imperatore
Costantino e la sua santa madre li proteggono ma non è detto che non torni sul
trono un Nerone o un Diocleziano.»
«Mi
pare di sentire un pizzico di nostalgia nelle tue parole» lo stuzzicò
Valerianus.
Strabo
lo fulminò con lo sguardo. «Roma era invincibile finché la gente non si è
riempita la testa di strane idee e tutti hanno preteso di avere diritto a una
propria opinione. Dove andremo a finire senza più schiavi e con più cristiani
che soldati?»
«Basta
così Strabo» lo ammonì Valerianus. «Sai che noi ti siamo amici e nessuno ti
denuncerà, ma le tue parole si fanno ogni giorno più pericolose.»
«Me
ne infischio. Anzi, sai cosa ti dico? Quasi spero che mi arrestino e mi
condannino ai giochi nel circo. Sarebbe sempre meglio che andare in giro a
raccattare cianfrusaglie. Magari diventerei un idolo delle folle e il mio sangue
andrebbe a ruba tra quelli che hanno più voglie che possibilità.»
Continuarono
a camminare fino a quando la pista si insinuò nella gola tra due scoscese
pareti di roccia nelle quali spiccavano nere le imboccature di diverse grotte.
Lì il centurione ordinò alla colonna di fermarsi suscitando un sommesso coro
di proteste da parte degli uomini stanchi e di cattivo umore.
I
legionari saltabeccarono su e giù per i dirupi raccattando tutto ciò che
trovarono nelle spelonche fino a quando, a sera, fecero ritorno al campo. Appena
scaricato il carro, mentre sui fuochi si preparava il rancio, ebbero l'onore di
vedere l'imperatrice Elena uscire dalla propria tenda e, con il consueto codazzo
di ancelle, recarsi a visionare i reperti del giorno. Valerianus, che per
punizione avrebbe dovuto saltare la cena, si era offerto di montare di guardia
alla tenda dove erano raccolte le reliquie. Così poté vedere l'imperatrice
ammirare estasiata la croce che, almeno così credeva lei, era stata usata per
il martirio di Gesù. Poi Elena si soffermò a guardare un cofanetto dal quale
estrasse un pendaglio appeso a una funicella. Stava per riporre l'oggetto e
andarsene quando ebbe un ripensamento e, avvicinatasi a una fiaccola, lo
osservò meglio portandolo vicino agli occhi. Quasi fosse stata folgorata, si
lasciò cadere in ginocchio e, baciata la reliquia, se la mise al collo. Quando
gli passò davanti, Valerianus notò che l'imperatrice aveva un'espressione
rapita e le guance rigate di lacrime. Si chiese cosa mai avesse visto.
3
Costantinopoli,
422 d.C.
Il
gomito appoggiato al bracciolo della poltrona, Galla Placidia mordicchiava
l'unghia dell'indice destro dipinta di viola. Le dita dell'altra mano, coperte
di anelli, tamburellavano sul tavolino dei cosmetici producendo l'unico suono
udibile nella sala. In piedi dietro di lei, le braccia incrociate sul petto,
muto e immobile, un uomo dai lunghi baffi spioventi guardava l'immagine
dell'imperatrice riflessa dalla grande lastra d'oro lucidata a specchio,
sostenuta da una cornice di legno intarsiato fissata al bordo posteriore del
tavolo. Dall'altra parte della stanza, oltre il letto coperto da un drappo di
seta rossa, ai margini del tappeto blu decorato in filo d'oro che copriva quasi
tutto il pavimento, un altro uomo la fissava, pure lui in piedi e silenzioso.
Galla
Placidia emise un profondo sospiro. «Pazienza» disse scuotendo la testa e
passando a girarsi tra le dita il filo di perle che le pendeva dal collo.
«Dovrò trovare un'altra soluzione.» Il tono pacato della voce mal si
conciliava col leggero tremito delle narici, l'impercettibile vibrazione delle
labbra e lo sguardo truce degli occhi neri che brillavano sullo sfondo
opalescente del trucco. «Pagalo, Eurico» ordinò.
L'uomo
che le stava alle spalle annuì. Pochi istanti dopo l'altro giaceva sul
pavimento con la gola tagliata.
«Fallo
sparire prima che il sangue macchi il tappeto» si preoccupò Galla Placidia
spostandosi sulla poltrona per inquadrare la scena nello specchio.
«Non
temere, mia signora» rispose Eurico alzando il coperchio di una cesta di giunco
posta di fianco alla porta «nessuno si accorgerà di niente.» Senza eccessivo
sforzo l'uomo sollevò il cadavere del sicario e lo infilò nella cesta, attento
a non danneggiare la tela incerata che rivestiva l'interno. Poi con alcune pezze
di tessuto pulì il pavimento finché il marmo tornò a brillare e, messi i
panni sporchi insieme al cadavere, richiuse la cesta.
Attraversata
di nuovo la stanza Eurico tornò a piazzarsi alle spalle di Galla Placidia.
«Non importa uccidere tuo fratello» disse con voce pacata. «Onorio è
incapace di prendere decisioni e senza la tua guida non ha più alcun controllo
sull'impero.» Fece una pausa e guardò nello specchio per assicurarsi che Galla
Placidia lo stesse ascoltando. «Ma se proprio è quello ciò che desideri,
dammi un mese di tempo e radunerò per te un esercito di Visigoti che spazzerà
via Ravenna e ti porterà a Roma in trionfo. Ti hanno apprezzato come regina
quando eri sposa di Ataulfo e ancora ti adorano quasi fossi una dea.»
Galla
Placidia sorrise. «Ciò che dici è vero, Eurico, ma non è così che potrò
liberarmi di Onorio. Sai bene che fu proprio lui a mettere Bonifacio sul trono
di San Pietro appoggiando la gerarchia ecclesiastica contro il popolo cristiano
che voleva Eulalio. Da che parte credi si schiererebbe la chiesa se mi
contrapponessi all'imperatore? Non so spiegarmi come sia stato possibile
arrivare a questo punto, ma nessuno può più governare senza il consenso di
papi e patriarchi.»
«Allora
stermina i cristiani. Alarico ha mostrato come si tratta col papa e coi
romani.»
Con
una smorfia Galla Placidia si volse verso Eurico. «Alarico finì sotto al
Busento poco dopo aver messo a sacco Roma, papa Innocenzo restò al suo posto e
quell'Agostino di Ippona è riuscito a trasformare una sconfitta dei cristiani
in una loro vittoria. No Eurico, non è una zuffa che voglio ma il controllo
dell'impero, o almeno di ciò che ne resta. E per averlo dovrò essere più
astuta di una volpe e più spietata di un lupo: non ci sarà un Ambrogio a
umiliarmi come accadde a Teodosio il grande, né lascerò che un Giovanni bocca
d'oro* mi condizioni come toccò all'imperatore Arcadio e a quella sgualdrina di
sua moglie Eudossia.»
(nota
a piè di pagina: *S. Giovanni, per le cui grandi doti oratorie fu detto
Crisostomo, dal greco bocca d'oro)
«Vorrei
tanto crederti, mia regina, ma come speri di aver ragione di così tanti e
temibili nemici senza usare la spada? Costantinopoli trema più per uno starnuto
del patriarca Attico o un colpo di tosse dell'archimandrita Eutiche che per le
sfuriate di tuo nipote, l'imperatore Teodosio. Senza contare che più di lui
comandano persino sua sorella Pulcheria e sua moglie Eudocia.»
«Proprio
per questo servirà più l'astuzia che la forza. Mio figlio Valentiniano è
legittimo erede al trono d'occidente e sarà lui il fulcro del potere. Ma
dobbiamo fare presto, prima che qualche generale faccia fuori Onorio e ne usurpi
il trono. E non dimenticare che il pontificato di Bonifacio è agli sgoccioli
mentre Celestino, che già si è scelto il nome tanto è sicuro di succedergli,
è amico mio più di quanto non si sappia in giro.»
«A
volte ho l'impressione che concepire intrighi ti diletti più di quanto ti
soddisfi raggiungere gli obiettivi che ti prefiggi» notò Eurico torcendo i
lunghi baffi tra le dita.
«Non
approfittare della libertà di parola che ti è concessa» lo ammonì Galla
Placidia.
«Mi
hai ordinato tu di dire sempre ciò che penso» ribatté Eurico «anche se per
la verità non mi dispiacerebbe sapere che fine fece il consigliere di Alarico
cui ti sei ispirata nell'affidarmi questo onorevole quanto oneroso incarico.»
Galla
Placidia incurvò appena le labbra in un accenno di sorriso. «Fa sparire quella
cesta» cambiò discorso «e datti da fare col vecchio che dice di sapere dove
sono custodite le reliquie raccolte dall'imperatrice Elena. Promettigli
qualsiasi ricompensa: coi tempi che corrono un solo chiodo della croce vale più
di cento legioni.»
Eurico
teneva la fiaccola in una mano, mentre con l'altra aiutava Galla Placidia a
mantenere l'equilibrio sulla ripida scala che scendeva seguendo la parete
circolare del pozzo. «Vieni, mia regina» disse quando ebbero raggiunto il
fondo «il vecchio ha detto che ci aspetta alla fine del primo tratto di
sotterraneo.»
«Spero
per lui, e per te, di vedere cose che giustifichino il disagio della discesa cui
mi avete costretta» minacciò Galla Placidia sollevando la veste per
preservarla dalla fanghiglia che ricopriva il fondo del camminamento.
«Il
vecchio sostiene che solo una pia imperatrice possa entrare nella cella dove la
santa Elena custodiva le reliquie» si giustificò Eurico «non potevo andare io
al posto tuo.»
«E
quanti aurei mi costerà essere abbastanza pia?»
«Dicesti
di non lesinare sul compenso» osservò cauto Eurico. «Ecco» cambiò discorso
«è qui che devo fare il segnale.» Con il mantello coprì e scoprì per tre
volte la fiaccola.
«Sono
qui» disse una voce roca proveniente da poco lontano. Da una nicchia ricavata
nella parete rocciosa del sotterraneo uscì un vecchio avvolto in un mantello
scuro, col capo coperto da un cappuccio e un lungo bastone stretto nella mano
ossuta. «Spero che le vostre intenzioni siano buone e il vostro cuore puro, o
ciò che vedrete vi annienterà come già accadde a molti altri che vi hanno
preceduto.»
Con
uno sguardo Galla Placidia comunicò a Eurico che non intendeva trattare lei col
vecchio. Eurico slegò dalla cintura una borsa di pelle e contò alcune monete.
«Credi che queste basteranno a preservarci dall'orrenda fine che pronostichi?»
chiese posando il denaro sulla mano tesa dal vecchio. Poi, visto che l'altro non
si muoveva, gli porse altre monete.
«Non
riesco a concepire cuori più immondi di chi ha smodata brama di denaro»
osservò acida Galla Placidia.
«Attenta
a come parli» l'ammonì il vecchio. «Il tuo potere non vale quaggiù.»
Galla
Placidia serrò le mascelle, chiuse per un attimo gli occhi e sospirò, poi si
rivolse a Eurico: «Dagli tutto il sacchetto, purché non perdiamo altro
tempo.»
Il
vecchio prese il denaro senza commentare e si incamminò guidandoli attraverso
un labirinto di cunicoli.
«Chi
ci dice che poi ci riporterai all'uscita?» chiese Galla Placidia, disorientata.
«Non
ho motivo per non tener fede alla mia parola» rispose il vecchio. «Piuttosto,
sono io che non sono certo di rivedere la luce del sole» aggiunse. Poi,
incurvate le labbra in un enigmatico sorriso, lasciò cadere il sacchetto delle
monete in un pozzo che si apriva su un lato del camminamento. «Ecco» disse
riprendendo a camminare «ora sapete quanto mi importava del vostro oro.»
Bastò
un'occhiata di Galla Placidia a frenare l'impeto di Eurico che aveva già messo
mano al pugnale. «Abbiamo dimostrato prima di te quanto poco teniamo all'oro»
disse l'imperatrice senza scomporsi «giacché a cuor leggero te ne abbiamo dato
in abbondanza senza nemmeno sapere dove ci avresti condotto.»
Il
vecchio le rivolse di nuovo quel suo strano sorriso. «Sei abile con la lingua,
regina, ma la magniloquenza con cui ti burli di un povero vecchio non ti
servirà dove stiamo andando.»
Nessuno
parlò più finché non furono arrivati. «Ecco» disse allora il vecchio
fermandosi davanti a una massiccia porta di legno irrobustita da fasce di ferro
e chiodi dalla testa a piramide. «Siamo arrivati.»
«Protegge
il tesoro dai ladri o i ladri dal tesoro?» chiese Galla Placidia con voce acre.
Il
vecchio non reagì e dalla manica estrasse una chiave con cui fece scattare la
serratura. «Entrate» disse poi, ritraendosi. «Se potrete uscire mi troverete
qui.»
Il
vecchio dormiva accucciato per terra quando Eurico e Galla Placidia uscirono
dalla segreta. Lei aveva in mano un cofanetto.
«Sapevo
che avresti scelto quello» disse il vecchio appoggiandosi al bastone per
rialzarsi. «Attenta all'uso che farai dell'oggetto contenuto in quella scatola,
il suo potere è spaventoso.»
4
Ravenna,
429 d.C.
Non
era così che Aspar aveva pensato di trascorrere la serata, ma a tredici anni,
garzone da meno di due, non era certo in condizione di discutere gli ordini di
quel prepotente di Licinius, l'apprendista anziano. Se solo il maestro avesse
fatto una capatina in cantiere a Licinius sarebbe passata la voglia di lasciarlo
solo a lavorare di notte, ma tanto valeva che si rassegnasse: il maestro non
sarebbe venuto e gli conveniva fare ciò che gli era stato detto se non voleva
prendersi una razione supplementare di scapaccioni.
"Tanto
l'imperatrice non sarà comunque contenta" pensò arrampicandosi
sull'impalcatura "e domani Licinius mi costringerà di nuovo a cambiare i
colori." Prima il cervo era troppo marrone, poi troppo rossiccio, ora
doveva renderlo più ambrato. E di sicuro il giorno dopo lo avrebbe voluto con
le corna più lunghe e quello ancora successivo con la coda più corta. Di quel
passo il mosaico non sarebbe mai stato finito, con buona pace del maestro che
era pagato a giornata e disperazione sua che non avrebbe più avuto una sera
libera per andare a caccia di rane con gli amici o, meglio, a giocare con la
vedova del fornaio. A dire la verità non capiva cosa ci trovasse la donna nel
farsi infilare frutti, ortaggi e altri oggetti da ogni parte, ma era divertente
sentirla gemere e implorare di farlo ancora... sì... così. Poi ogni volta gli
regalava una pagnotta o del miele e una moneta che gli serviva per pagare la
retta al maestro. Chissà cosa si era inventata per quella sera. Invece fuori
era già buio e lui era ancora lassù, sul ponteggio, a togliere e mettere
pietruzze.
Distratto
dal pensiero di cosa gli sarebbe piaciuto fare alla vedova, nel salire al piano
superiore dell'impalcatura dimenticò di portare con sé la lucerna. Con un
agile volteggio girò attorno a un palo e atterrò sulle assi del livello
sottostante, solo che... «Oh no» gemette precipitandosi giù per la scala a
pioli e sperando di arrivare in tempo al pavimento. Per l'impeto del salto i
chiodi ai quali erano fissati i tiranti che tenevano l'impalcatura si erano
sfilati dal muro e ora l'intera struttura oscillava paurosamente. «Resisti
bella» implorò scendendo più veloce che poteva. Quando gli sembrò di aver
raggiunto un'altezza ragionevole saltò nel buio. L'impatto con il pavimento fu
devastante. Nonostante avesse fatto del proprio meglio per attenuare l'urto
rotolando su un fianco, quando finalmente si fermò non sentiva più le gambe e
ogni tentativo di respirare gli procurava fitte tremende al torace. A un tratto
il silenzio che regnava nel mausoleo fu rotto da uno scricchiolio che crebbe
fino a diventare un frastuono assordante quando l'impalcatura crollò.
Nel
buio, senza sapere da che parte spostarsi per allontanarsi dal pericolo, Aspar
si raggomitolò e si coprì la testa con le braccia. Fu questione di poco, poi
nel mausoleo calò di nuovo il silenzio.
Tossendo
per la polvere provocata dal crollo, gli occhi gonfi di lacrime, Aspar provò a
muoversi. Poteva andargli peggio, non gli era caduto niente addosso. Temendo ad
ogni movimento di scoprire qualche osso rotto, si trovò in piedi, dolorante ma
intero, a brancolare nel buio. Tirando su col naso e imponendosi di non piangere
tastò il pavimento con i piedi ed esplorò con le mani lo spazio davanti a sé
schivando gli ostacoli che lo separavano dalla parete. Poi seguì il muro
finché raggiunse la porta.
Appena
uscito all'aperto trasse un profondo respiro e deglutì il liquido viscoso che
aveva in gola. L'aveva scampata bella.
Ripresosi
dallo spavento, la prima idea che gli venne fu di scappare e non farsi più
vedere. Ma poi, ritrovato un poco di coraggio, decise di dare un'occhiata al
disastro appena combinato: magari la situazione era meno grave di quanto temeva
e forse, con l'aiuto di qualche amico, sarebbe riuscito a rimettere tutto a
posto prima che facesse giorno. Dal deposito degli attrezzi prese una lucerna,
l'accese, e tornò all'interno del mausoleo.
La
polvere si era quasi del tutto posata e la vista che si offrì ai suoi occhi gli
fece mancare le ginocchia. Non solo dove prima si ergeva l'impalcatura c'era
un'informe catasta di legna, ma nel crollo qualche trave doveva aver urtato la
parete abbattendone una parte.
Esclusa
la possibilità di rimediare, Aspar si aggirò inebetito tra assi, pali
ammonticchiati e calcinacci, indeciso fra uccidersi da solo o aspettare che lo
facesse il maestro. Da quando aveva lasciato il villaggio dove era nato, sul
grande fiume della regione che gli avevano detto chiamarsi Pannonia, non si era
mai pentito di aver smesso la misera vita di pastore per seguire il mosaicista,
ma in quel momento avrebbe dato chissà cosa per svegliarsi in un ovile e
scoprire che si era trattato solo di un brutto sogno.
A
pensarci bene però, che colpa aveva lui? Era Licinius il responsabile del
cantiere quando il maestro si assentava e nessuno avrebbe abbandonato un bambino
in un posto così pericoloso. Non era forse lui a stare sempre in prima fila
quando si trattava di prendersi i meriti di qualche lavoro ben fatto? Che si
beccasse anche le rogne! Ma l'illusione di cavarsela così durò il tempo di un
sospiro. Non aveva scampo, doveva nascondersi e sperare che nessuno lo trovasse
finché le acque non si fossero calmate. A un tratto il mondo gli parve così
piccolo da non offrirgli il benché minimo nascondiglio.
Stava tornando sui suoi passi per uscire dal mausoleo quando qualcosa attirò la sua attenzione. Come mai il bordo dell'intonaco crollato era così netto? C'era forse un difetto nella muratura che, almeno in parte, lo scagionava? In effetti l'urto dell'impalcatura non poteva essere stato violento al punto da abbattere una parete. Si avvicinò con la lucerna e i suoi dubbi trovarono conferma: la parte di muratura danneggiata era costituita da un solo ordine di mattoni, messi in coltello a celare uno spazio vuoto ricavato nello spessore del muro. E a livello del pavimento un blocco di marmo fungeva da chiusura sfilabile dello scomparto segreto. Aspar non ebbe difficoltà a trarre le logiche conseguenze della scoperta: tutt'altro che costituire un'attenuante, il rinvenimento della cavità avrebbe fatto infuriare chi aveva creduto di disporre di un nascondiglio inviolabile. Sempre più deciso a sparire dalla circolazione, prima di andarsene raccolse dal ripostiglio segreto una scatoletta il cui contenuto, una volta aperta, si rivelò essere un pezzetto di legno intagliato e legato a una funicella. Stava per gettare via tutto, ma poi decise di conservare il ninnolo sperando che, ricordandogli che effetto faceva trovarsi nei guai fino al collo, gli evitasse in futuro di cacciarsi nei pasticci.