Sulle rive dello Zambesi, nel cuore dell'umida e buia foresta tropicale, la geologa Margaret Tracy crede di essere a un passo dallo scoprire dove è stato trovato l'enorme diamante.

Ma quando la maestosa testa di leone scolpita su un costone roccioso mette in fuga i portatori e da sotto il manto di rampicanti affiora una lapide incisa in caratteri incomprensibili, Meg deve arrendersi all'idea che la sua laurea e l'esperienza di Jeff non basteranno a portare a termine la missione.

Quali segreti custodiscono i selvaggi orrendamente sfigurati che popolano la zona? E perché una pattuglia di esploratori tedeschi ritenne opportuno segnalare la presenza di quella gente ai generali del terzo Reich?

Sarà il professor Pitkoski, un archeologo, a fornire la chiave per accostare tessere che sembrano far parte di puzzle diversi.

Tra i resti di una città perduta, insidiata da presenze raccapriccianti e braccata dai depositari della scienza nata nei lager nazisti, la spedizione si trova stretta in una morsa mortale.

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Prologo

1 

1938 - Confine tra Congo e Rhodesia.

 

C'era un punto, dove il Luangwa si getta nello Zambesi, in cui il confine del Congo Belga distava meno di duecento chilometri da quello del Mozambico. A nord e a sud si estendeva la Rhodesia, territorio dell'impero inglese, ma in quel tratto era così stretta da apparire sulla carta geografica come una cellula in fase avanzata di mitosi.

Il generale Fixou, comandante in capo della milizia coloniale belga, passò in rassegna il drappello di esploratori in partenza. Scambiò qualche battuta con ognuno dei soldati e dei topografi, accarezzò i musi ispidi dei muli e si fermò davanti a Pitou, il massiccio sergente cui era affidata la ricognizione della zona nella quale avrebbe sferrato l'attacco. A lui strinse la mano.

Negli occhi del graduato lesse lo sconcerto per l'insolita confidenza e fu tentato di dirgli quanta importanza rivestiva la missione, ma sapeva di non poterlo fare.

Il piano prevedeva di isolare le due parti della colonia inglese e conquistare la Rhodesia del nord, poi, con un'azione fulminea, raggiungere l'Oceano Indiano, in prossimità della foce dello Zambesi, strappando una fascia di Mozambico ai Portoghesi. Quindi, sfruttando la foce del grande fiume come porto naturale, sarebbero arrivati via mare i rifornimenti necessari per consolidare le posizioni, conquistare tutto il Mozambico e sbarcare in Madagascar per sottrarlo al controllo francese. Intanto gli Italiani avrebbero attaccato gli Inglesi in Kenya dalla Somalia e, dalla Libia, i Francesi in Algeria.

Fixou sapeva che l'offensiva non era alla portata della sua armata, eppure era fiducioso, conscio della potenza bellica e logistica di chi, oltre al suo paese, lo avrebbe armato e sostenuto: la rinata Germania di Hitler.

Ma c'era una cosa che il generale, e non solo lui, ignorava: per oltre due anni la diplomazia e i servizi segreti tedeschi avevano manovrato affinché il governo belga e lo stesso re Leopoldo III restassero abbagliati dal miraggio di un'espansione coloniale che avrebbe portato il Belgio ai vertici delle potenze mondiali.

Alcuni parlamentari avevano cercato di dimostrare che era una pazzia sfidare le potenze europee confidando solo sull'aiuto della Germania, ma i contratti che prevedevano il pagamento delle forniture militari tedesche solo a conquista ultimata parlavano chiaro: per incassare le ingenti somme, Hitler avrebbe dovuto sostenere l'azione fino alla fine, non c'era dubbio. E i membri di uno sparuto gruppo che invece insistevano nel chiedere come mai la Germania non si fosse impegnata direttamente nella conquista erano tutti periti in uno sciagurato incendio che aveva distrutto la villa nella quale erano riuniti.

C'era stato anche l'episodio di un tipo che aveva distribuito centinaia di volantini sui quali era descritto un piano allucinante secondo il quale in meno di un anno l'Africa sarebbe diventata un immenso campo di battaglia che avrebbe risucchiato uomini, risorse ed energie dall'Europa, lasciando il vecchio continente sguarnito e facile preda di fantomatiche e micidiali Panzerdivisionen. Ma grazie a una soffiata, la polizia aveva trovato a casa di quel tale pubblicazioni anarchiche in quantità e un piano per assassinare il re. Poco prima di essere arrestato, il sovversivo si era sparato.

 

Agli ordini del sergente maggiore Patrice Pitou, con due muli carichi di viveri e attrezzature, i topografi e la scorta si erano addentrati in territorio inglese. In capo a due settimane avevano raggiunto il Mozambico e si accingevano a rientrare quando una sera, dall'altura sulla quale stavano preparando il bivacco, avvistarono una pattuglia di ronda. Pitou considerò che, pur se numericamente inferiori, avrebbero potuto annientare i nemici cogliendoli di sorpresa, ma la consegna era chiara: evitare a tutti i costi di rivelare la propria presenza. Ordinò quindi di non accendere fuochi e restare nascosti. Fosse stato giorno la pattuglia sarebbe passata oltre senza accorgersi di loro, ma entro breve, improvvisa come in nessuna altra parte del mondo, sarebbe scesa la notte africana e anche gli inglesi si sarebbero accampati. Era troppo rischioso bivaccare così vicini. Meglio ricaricare le bestie e allontanarsi, sempre che... troppo tardi: nemmeno un pivello avrebbe scambiato il raglio di un mulo per il verso di un animale tropicale.

Dalla reazione ordinata degli inglesi Pitou capì che si trattava di uomini esperti e che sarebbe stato impossibile fuggire con gli impacciati cartografi al seguito. D'altra parte anche il fattore sorpresa era svanito. Non restava che una possibilità. Scaricati i muli, affidò il comando al suo secondo e si allontanò con gli animali per creare una diversione.

Era ormai buio fitto quando si lasciò raggiungere. Allora liberò i muli, li sculacciò per farli correre via e si acquattò nel fitto sottobosco sperando di sfuggire alle maglie della rete umana che setacciava la foresta. Vide i fasci delle torce elettriche sciabolare nell'oscurità, poi, sempre più vicine e distinte, udì le voci degli inseguitori. Notò con stupore che non parlavano inglese, ma tedesco, ne era certo. I conti non tornavano. Per lui comunque non faceva molta differenza: se fosse riuscito a rientrare sarebbe stato un problema del generale risolvere l'indovinello.

Uno dei soldati stava passando a meno di cinque passi da lui quando il raggio della torcia si riflesse in un intenso bagliore. Mentre il cacciatore si avvicinava per osservare meglio, Pitou afferrò l'oggetto che aveva provocato il lampo e glielo scagliò contro. Probabilità una su un miliardo, la pietra colpì la fronte del nemico facendolo stramazzare al suolo senza un lamento. Pitou gli fu subito addosso e, raccolto il sasso che era rotolato poco distante, stava per colpire ancora, ma si trattenne: il soldato era già svenuto. Con la torcia gli illuminò il volto. I corti capelli che si intravedevano sotto l'elmetto erano biondissimi, quasi bianchi, la carnagione delle guance era liscia, senza tracce di barba e tra le palpebre semichiuse brillavano iridi di un grigio molto chiaro. Lesse la piastrina che il giovane portava appesa al collo. Non si era sbagliato: non capiva cosa ci facessero lì, ma quelli erano soldati tedeschi.

Ormai alle spalle dei battitori, li seguì per oltre un'ora finché, catturati i muli, quelli desistettero da ulteriori ricerche e, ridiscesi a valle, si ricongiunsero ai compagni che intanto avevano montato il campo. Convinto che il pericolo fosse cessato, stava per tornare indietro quando scorse qualcosa che lo indusse ad avvicinarsi per vedere meglio. In una gabbia di legno era rinchiuso un animale poco più grande di un babbuino, ma talmente asimmetrico e deforme che Pitou non riuscì ad assimilarlo ad alcun essere vivente a lui noto. Nemmeno la vista di un arto putrescente colpito da cancrena, o di un corpo sbudellato e brulicante di vermi gli aveva mai rivoltato lo stomaco come quella creatura mostruosa. Per un attimo il suo sguardo incrociò quello della bestia orrenda e, in stridente contrasto con l'aspetto raccapricciante, si trovò a fissare due occhi dolci ed espressivi, quasi umani, che manifestavano paura e profonda tristezza. Pitou represse qualsiasi inopportuno sentimentalismo e si allontanò in silenzio per tornare dai suoi.

Indeciso se parlare di quanto aveva visto, si chiese come avrebbe reagito se qualcuno avesse cercato di dargli a bere che esisteva una creatura come quella imprigionata al campo tedesco e gli fu immediatamente chiaro che non voleva diventare lo zimbello della compagnia. Anzi, si convinse di essere stato vittima di un miraggio: se la sete e il sole rovente facevano materializzare oasi rigogliose in mezzo al deserto, non poteva essere che una pesante condizione di stress nella foresta richiamasse visioni di mostri?

Cinque giorni dopo, ricondotta alla base la pattuglia incolume, Pitou fece rapporto direttamente al generale Fixou. Tralasciò solo la descrizione dell'animale, ormai definitivamente convinto, per quanto ne conservasse vivida l'immagine, di non averlo visto veramente. Fu sorpreso dall'indifferenza con la quale il generale apprese della presenza dei tedeschi, ma l'esperienza gli aveva insegnato a evitare di immischiarsi in affari che non lo riguardavano. Così, uscendo dall'ufficio del generale, il suo unico pensiero era rivolto alle pollastrelle indigene con le quali se la sarebbe spassata durante la settimana di licenza premio concessa a lui e alla sua squadra.

Di fianco alla branda, mentre si spogliava in fretta per raggiungere i compagni già sotto la doccia, si accorse di avere ancora in tasca la pietra che prima l'aveva tradito, poi salvato. Poco più grossa di un uovo di gallina, era opaca e traslucida come un pezzo di vetro smerigliato. Tenendola tra pollice e indice la espose al raggio di sole che entrava dalla finestra della camerata e la fece ruotare finché, colpendo una scheggiatura, la luce esplose in un vivido bagliore dai colori dell'iride.

«Prenditela pure comoda» scherzò uno degli uomini entrando gocciolante nella camerata «ma ricorda che fuori dalla caserma i tuoi galloni da sergente non valgono: chi prima arriva, prima sceglie!»

Pitou si riscosse. «A giudicare dal vermicello che ti pende tra le gambe, dubito di dovermi preoccupare di te» disse facendo rotolare la pietra sul palmo della mano prima di lasciarla cadere nella sacca della sua biancheria.

 

2 

Settembre 1942. Castello di Norimberga.

 

Seguito dalle quattro guardie della scorta personale, Heinrich Himmler scendeva la scala che conduceva al sotterraneo. Al suo fianco, appena rientrato da una missione in Africa, il maggiore Hildeger procedeva in silenzio.

 Con una secca battuta di tacchi i due soldati di guardia al cancello della segreta scattarono sull'attenti e rimasero immobili finché un impercettibile cenno del superiore non li autorizzò ad assumere l'altrettanto marziale, e tutt'altro che riposante, posizione di riposo.

«Aprite» comandò Himmler.

Con la chiave che teneva appesa a una catenella, uno dei due soldati fece scorrere il chiavistello e si bloccò, come impietrito, quando il pesante cancello ruotando sui cardini emise un acuto cigolio. Immobile, sostenne lo sguardo del generale finché quello, con un gesto impaziente, gli ordinò di procedere e togliersi di mezzo.

Ruotato l'interruttore, le lampade che pendevano dal soffitto illuminarono la cella scavata nella roccia viva delle fondamenta del castello. Dietro le lenti, gli occhi di Himmler si strinsero mentre la bocca si curvava in un ghigno. Lungo la parete di fondo, la più lunga, erano accatastate centinaia di zanne d'elefante, mentre sulla destra, su un pianale di legno che la proteggeva dall'umidità del pavimento, era collocata un'enorme balla di pelli seccate ma non ancora conciate. Poco discosta giaceva una pila di corni di rinoceronte: se la polvere che se ne sarebbe ricavata tritandoli avesse effettivamente posseduto i decantati poteri afrodisiaci, ce ne sarebbe stata abbastanza per trasformare in orgia ogni futura festa del Reich.

Il maggiore Hildeger estrasse una chiave dalla tasca e rimosse il lucchetto che bloccava la serratura del grande forziere piazzato al centro della stanza. Poi si fece da parte lasciando che fosse Himmler a sollevare il coperchio.

Il gerarca affondò una mano tra le gemme, alcune già tagliate, altre grezze, e dopo averla sollevata colma la rovesciò lentamente provocando una piccola cascata di diamanti, zaffiri, rubini, smeraldi. «Eccellente, maggiore. L'attesa è stata lunga, ma ben ripagata.»

Dietro l'elogio striminzito Hildeger lesse il disappunto di Himmler, ma in fondo se lo aspettava: non aveva trovato il Sacro Graal né l'Arca dell'Alleanza, obiettivi primari della sua e delle innumerevoli altre spedizioni inviate ai quattro angoli della terra. Faticava a concepire l'aberrante intreccio di occultismo, superstizione e magia che offuscava le menti dei vertici del Reich, eppure sembrava che il possesso di quei mistici oggetti dal presunto potere arcano fosse considerato strategico quanto qualunque altro obiettivo militare. Tenendo per sé pensieri ai quali sarebbe stato letale anche solo accennare, assecondò l'umore del gerarca: la parte di bottino che lo aspettava nel caveau di una banca svizzera compensava abbondantemente l'amarezza per il mancato riconoscimento dei suoi meriti.

 

3

Gennaio 1943. Campo di concentramento di Auschwitz II (Birkenau).

 

L'urlo agghiacciante fu l'ultimo suono emesso dalla giovane ebrea. Le cinghie di cuoio che le stringevano gli avambracci al lettino avevano impresso solchi profondi nella carne. Anche i polpacci erano martoriati, immobilizzati dalle stampelle di acciaio che tenevano sollevate e divaricate le gambe.

Un parto difficile, al quale il giovane dottor Kenwiel, spazientito, aveva posto fine con una violenta pressione sull'addome.

«Morto anche questo» commentò il medico esaminando il grumo di carne. «Mettete il feto in sala autopsie e portate lì anche gli altri conservati in formalina.»

Kenwiel spostò uno sgabello ai pedi del lettino e sedette pensoso, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e gli occhi all'altezza della vagina devastata. Osservò il tessuto necrotico del canale genitale: era un miracolo che la donna avesse portato a termine la gravidanza nonostante l'infezione. Le più morivano prima.

«Dottore» lo chiamò un'infermiera entrando nella saletta. «Herr Mengele l'attende nel suo alloggio.»

Pensando a come modificare la procedura sperimentale, Kenwiel uscì dalla baracca e si avviò verso la villa, che sorgeva appena fuori dal recinto del campo, dove abitava e lavorava l'angelo nero, suo diretto superiore e responsabile del progetto di ricerca genetica.

Gli aprì la porta una domestica che Kenwiel non aveva mai visto. Come quelle che l'avevano preceduta, e che di certo l'avrebbero seguita, era molto carina. All'arrivo di ogni convoglio, a qualunque ora e con qualunque tempo, Mengele si recava allo scalo ferroviario per assistere allo scarico dei deportati e scegliere i soggetti per i suoi esperimenti, specialmente coppie di gemelli. Era in quelle occasioni che reclutava il personale di servizio alla villa.

Seguendo la ragazza lungo il corridoio che conduceva allo studio, Kenwiel si chiese quanto avrebbe resistito quella giovane dagli occhi spauriti che teneva fissi a terra.

Mengele lo accolse con la consueta, pacata gentilezza. Era sempre educato con tutti, anche con i pazienti, coi quali conversava amabilmente per metterli a proprio agio mentre preparava i reagenti che avrebbe iniettato nelle loro vene. Non c'era niente di personale in quello che faceva, ed era proprio per la capacità di non lasciarsi coinvolgere emotivamente che Kenwiel lo ammirava. Ma per lo stesso motivo, che lo rendeva imprevedibile, lo temeva.

«Prego tenente, si accomodi» lo invitò Mengele facendo cenno di sedersi nella poltrona di fronte alla sua scrivania. «Com'è andato il parto?»

Kenwiel scosse la testa. «Il neonato ha respirato sì e no due volte.»

«Livello di mutazione?»

«Notevole, ma non ho ancora effettuato l'autopsia.»

«Che dose di radiazione era stata somministrata alla paziente?»

«Dal momento della fecondazione, la donna aveva portato la capsula vaginale di radio per tre settimane.»

Mengele incrociò le mani e si strinse nelle spalle. «Sono troppo poche le donne che portano a termine la gravidanza per costituire un campione significativo» commentò sospirando «ma sembra sia da escludere una relazione diretta tra tempo di esposizione e livello di mutazione.» Scosse la testa. «Troppe variabili che non possiamo controllare, senza contare l'eterogeneità delle riproduttrici. D'altra parte già disporre di tre gemelle costituisce un'eccezione.»

«Se posso esprimere il mio parere» intervenne Kenwiel «sono convinto che la casualità dei risultati dipenda soprattutto del fatto che il numero dei geni è molto elevato, come dimostrano gli esperimenti di Morgan sui moscerini drosophila melanogaster. È impossibile determinare quali e quanti saranno modificati dalle radiazioni.»

«Indubbiamente» confermò Mengele passandosi una mano sul mento perfettamente rasato «ma non è per la ricerca che l'ho fatta chiamare.» Prese un fascicolo posato sulla scrivania. «Guardi queste immagini» disse porgendo alcune fotografie. «Interessanti non trova? Sono state scattate in Africa durante una spedizione. Naturalmente per Himmler il loro valore non era nemmeno paragonabile a quello del tesoro razziato, così sono rimaste in un cassetto per mesi.»

«Potrebbe esserci di grande aiuto studiare questi fenomeni.»

«Infatti. Se la sentirebbe di partire per l'Africa?»

«Non osavo chiederlo, mein Herr...»

«Bene» tagliò corto Mengele. «Ho già ottenuto l'approvazione di Himmler e il maggiore che ha guidato la spedizione l'aspetta per fornirle i dettagli di quanto ha visto.»

Kenwiel scattò sull'attenti come non faceva più dai tempi dell'accademia. «Danke, mein Herr» rispose battendo sonoramente i tacchi.

Prima parte

 

4 

Estate 2005. Università di Bruxelles.

 

Il professor Jean Pitou, preside della facoltà di botanica, cercava inutilmente di mettere ordine nel suo ufficio. L'appuntamento era fissato da settimane, ma solo pochi istanti prima, sfogliando l'agenda, se ne era ricordato.

Pile di riviste e cataste di libri si ergevano ovunque, decine di post-it erano appiccicati da ogni parte, la lavagna era zeppa di disegni e scritte. Non era possibile domare quel caos nei pochi minuti che mancavano all'ora della visita.

Sulla soglia degli ottant'anni, minuto e rinsecchito, il professor Pitou appariva come un modesto vecchietto trasandato, ma il suo cervello funzionava ancora e non c'era congresso nel quale non facesse a pezzi qualche tronfio luminare della nuova generazione che osava confutare le sue tesi.

Quando sentì bussare alla porta lisciò i baffetti bianchi e ispidi che gli coprivano il labbro superiore e raddrizzò il papillon nero a pois rosa.

«Avanti» disse sedendosi sulla poltrona di pelle consunta che, negli anni, si era modellata fino a diventare il calco della sua schiena.

«No, no, no» sbottò vedendo la testa di una ragazza affacciarsi dalla porta appena socchiusa. «Il mio orario di ricevimento studenti è domani pomeriggio dopo le sedici. Adesso attendo una visita importante. Mi dispiace.» Nel parlare agitava le mani ossute invitando l'intrusa a togliere immediatamente il disturbo.

«Mi scusi professore» insistette la ragazza in un francese piuttosto stentato. «Sono la dottoressa Tracy. Margaret Tracy, della Trambox Oil Company.»

«In questo caso entri pure» disse Pitou alzandosi in piedi e avvicinandosi alla porta. Guardando meglio si accorse che la ragazza non era giovane come gli era sembrata a prima vista. Doveva essere sulla trentina, e a ingannarlo era stato l'austero chignon nel quale erano raccolti i capelli biondi: probabilmente voleva mostrarsi più matura di quanto non fosse, ma la freschezza del viso contrastava con la serietà dell'acconciatura facendola apparire addirittura più giovane. «Aspettavo il dottor Kipton» disse fissando con sfacciata disinvoltura le curve messe in risalto dall'elegante tailleur indossato dalla donna «ma non credo che lui avrebbe offerto una vista altrettanto gradevole» concluse esibendosi in un elegante baciamano. Si compiacque vedendola arrossire: era consolante costatare che sapeva ancora emozionare una bella donna.

«Jeff... volevo dire, il dottor Kipton, ha avuto un contrattempo e si scusa per non essere potuto venire» bisbigliò lei.

Pitou la invitò a sedere e notò come, invece di accavallare sensualmente le lunghe gambe alla Basic Instinct, la donna stesse in punta di poltrona con le ginocchia strette e le mani in grembo. Un vero spreco. «Allora, dottoressa» esordì fissandola nei grandi occhi azzurri «al telefono il dottor Kipton mi ha fatto capire che la Trambox sarebbe interessata a finanziare la mia ricerca.»

«Oui monsieur Pitou...»

Vedendola arrossire, il professore la interruppe. «Se parlare in francese la imbarazza possiamo proseguire in inglese.»

Lei sospirò «Gliene sarei grata.» Risistemandosi sulla poltrona, arrivò persino ad appoggiarsi allo schienale. «Può chiamarmi Meg, se vuole.»

«Va bene, Meg, ma la prego, se non si rilassa finirà per mettere in ansia anche me.»

«Mi scusi, professore... è che non sono abituata a incontrare illustri scienziati.»

«Benedetta ragazza» sbottò il professore scoppiando a ridere. «Sta per caso cercando di pareggiare il conto facendomi arrossire? O è un modo per indorare la pillola prima di dirmi che avete cambiato idea a proposito del finanziamento?»

«Al contrario. La sua teoria è molto interessante, però...»

«...avete bisogno di elementi concreti» completò il professore che sapeva come andavano quelle cose. «Ho appunto preparato un fascicolo nel quale ho raccolto i dati relativi agli esperimenti preliminari» disse cominciando a scavare tra le carte ammonticchiate sulla scrivania in cerca del fascicolo. «Non faccia caso al disordine» borbottò per prendere tempo. «Intanto, se non le dispiace, prepari qualcosa da bere. Troverà acqua e bibite là in fondo» aggiunse indicando un tavolino nell'angolo dello studio.

La sbirciò mentre, per alzarsi, scivolava in avanti sulla poltrona facendo salire la gonna fino a scoprire il limite della fascia scura dei collant. Vide che lei si era accorta di essere osservata, ma non era arrossita, anzi, aveva strizzato leggermente gli occhi e arricciato appena il naso in un'espressione maliziosa. Se solo avesse avuto quarant'anni di meno...

«Mi scusi professore?» lo interruppe la donna. «Cos'è quello?»

«Questo?» Pitou smise di cercare e sorrise prendendo in mano l'oggetto. «Uso questa pietra come fermacarte. La portò mio fratello dall'Africa una delle poche volte che tornò a casa in licenza. Disse che gli aveva salvato la vita e me la regalò come portafortuna.»

«Interessante. Sa dove l'ha trovata?»

«No, ma immagino provenga dal Congo: è là che mio fratello prestava servizio come sottufficiale dell'esercito coloniale.»

«E adesso dove vive?»

Il professore scosse la testa. «Un giorno ricevemmo un baule contenete i suoi effetti personali, un assegno di indennizzo e un telegramma di condoglianze. Ma... si sente bene?»

La ragazza si era portata una mano alla fronte. «Non avrebbe un'aspirina?» chiese con voce fioca. «Mi è venuta una terribile emicrania.»

 

Appena il professore fu uscito dallo studio Meg si affrettò a prendere la pietra traslucida e a bagnarla nel bicchiere colmo d'acqua dal quale non aveva bevuto.

«Che mi venga un colpo» esclamò sottovoce sentendo migliaia di punture trafiggerle l'attaccatura dei capelli.

Rimise a posto la pietra e se ne andò prima che il professore tornasse.