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INCUNABOLO Umbria , XIV sec. d.C. In un secolo buio, nel quale la sua vita vale meno della
corda che gli stringe il saio ai fianchi, un frate vede cose che sarebbe
stato meglio per lui ignorare e ode parole che mai nessuno avrebbe dovuto
udire.
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Vidi cose che mai nessuno avrebbe dovuto vedere e udii
parole che mai nessuno avrebbe dovuto udire. Avvolto dalle tenebre del dubbio,
peccai di orgoglio confidando nel mio intelletto e infransi i voti cedendo alle
lusinghe del demonio. Ma ora che il mio tempo volge al termine e non ho più
paura, perché nulla teme chi ha perduto finanche la speranza di salvare la
propria anima, mi tormenta il rimorso per non avere avuto coraggio.
Forse, se avessi osato...
Il
cavallo avanzava al passo, affondando gli zoccoli nella neve fangosa del
sentiero. Stava calando la sera sul bosco che ricopriva il ripido pendio del
monte. Il manto fulvo della poderosa bestia da battaglia fumigava, il fiato
condensava in densi pennacchi appena uscito dalle narici. Sulla sua groppa,
incastrato nell'arcione, portava un armato. Le mani giunte sul pomo della sella,
la visiera dell'elmo abbassata, il cavaliere indossava un'armatura nera,
ammaccata e lorda di melma e sangue. Anche la gualdrappa del cavallo era lacera
e inzaccherata.
«Venite
fratelli, venite» urlò il monaco lasciando cadere il fascio di cardi appena
recisi. Tenendo l'orlo del saio con entrambe le mani, senza smettere di gridare,
corse lungo il sentiero che dall'orto conduceva all'ingresso del convento. Nel
varcare a precipizio la soglia del portone quasi travolse il frate portinaio che
stava uscendo. «Guarda» ansimò senza fiato tendendo il braccio in direzione
del cavaliere che si intravedeva a stento sul limitare del bosco.
«Corri
a chiamare il priore» gli disse il portinaio spingendolo perché si
affrettasse. «Io sprango il portone e ti raggiungo.»
Attraversato
il chiostro a precipizio, il monaco fermò il priore diretto alla chiesa per la
recita del vespro.
«L'abisso
dell'inferno non si spalancherà sotto di noi se mancheremo una preghiera»
commentò il superiore alzando gli occhi al cielo che imbruniva. «Andiamo a
vedere» aggiunse poi, facendo segno agli altri che si erano radunati attorno a
lui che lo seguissero. «Deve trattarsi di qualcosa di importante se qualcuno ha
sfidato gelo, orsi e lupi per avventurarsi fin quassù in questa stagione.»
Tutti
i fratelli erano assiepati appena fuori del massiccio portone del convento
quando l'ospite inatteso arrivò. Era ormai buio. L'armatura si intravedeva a
stento sullo sfondo livido del cielo invernale. Nessuno osava fiatare,
attendendo che fosse il cavaliere a farsi avanti. Ma anche lui taceva. Poi,
lentamente, il cavallo piegò le zampe anteriori fino a inginocchiarsi, vacillò
un attimo e si rovesciò sul fianco. L'elmo si sganciò dalla corazza e ruzzolò
lontano.
Facendosi
il segno della croce i frati si strinsero l'un l'altro: tra le piastre
articolate che proteggevano le spalle, dietro al bordo superiore del pettorale,
spiccava un buco più nero delle tenebre eterne.
Un
sussurro ruppe il silenzio: «Il demonio.»
Chi
giungendo le mani, chi usandole per coprirsi il volto, chi levando le braccia al
cielo e chi abbracciando un fratello vicino, tutti si unirono al vocio che
chiedeva pietà e implorava misericordia.
«Fulgenzio»
bisbigliò uno. «Tu sei il fabbro, sei il più forte tra noi, tocca e te andare
a vedere.»
«Sì,
è vero» confermò un altro. «Solo Fulgenzio può resistere a un incontro col
demonio.»
Il
priore alzò una mano per chiedere silenzio. «Fra' Fulgenzio» chiamò con voce
incerta. «Credi che i fratelli abbiano ragione?»
«Per
l'amor di Dio no! Tocca a te, che tra tutti sei di certo il più santo. Fatti
scudo con la croce e nessun demone oserà toccarti!»
«Pregate
fratelli» mormorò il priore «perché la nostra ora non ci colga impreparati.»
Così dicendo levò il crocefisso appeso al cordone che gli stringeva il saio in
vita e lo protese davanti a sé con entrambe le mani. «Fra' Fulgenzio» indugiò
ancora. «Il tuo sostegno spirituale mi sarebbe di grande conforto in
questo momento.»
Fulgenzio,
già inginocchiato insieme agli altri, si rialzò in piedi sospirando e tastò a
sua volta il crocefisso che gli pendeva al fianco. «Aiutati che il ciel ti
aiuta» borbottò poi, rimboccandosi le maniche. Sputò sulle palme callose
delle mani e si chinò a raccogliere il maglio che aveva posato per terra.
Vedendo che il priore lo fissava perplesso sollevò la pesante mazza -lo sforzo
tradito solo dal gonfiarsi dell'avambraccio- e con la mano libera sfiorò prima
il manico poi la testa di ferro dell'attrezzo: a modo suo anche quella era una
croce.
«Le
vie del Signore sono infinite» salmodiò il priore facendo cenno a Fulgenzio di
precederlo.
Fulgenzio
trasse un profondo respiro, che per lui significava inspirare più aria di
quanta ne soffiasse il mantice della sua fucina, e si avvicinò al cavaliere
senza testa. Col braccio carico, pronto a colpire, allungò con cautela un piede
per scuotere l'armatura. Siccome non accadde niente, ci riprovò con più
energia. Niente.
Al
terzo tentativo, la parte superiore dell'armatura ruotò staccandosi dal resto
all'altezza della vita. Sotto lo sguardo attento del priore e degli altri
fratelli, usando solo la mano sinistra e tenendo ben stretto il grosso martello
nella destra, Fulgenzio afferrò una sporgenza della pettorina e la allontanò.
«Per sant'Adriano e sant'Elena, protettori dei fabbri ferrai» esclamò mentre
gli altri prorompevano in un oooh di meraviglia. «Se questo è il
demonio, capisco tante cose.»
«Fra'
Fulgenzio!» lo zittì il priore strappandosi un lembo del saio e chinandosi a
coprire il seno nudo della ragazza che giaceva a terra esanime.
Invitandosi
a vicenda a non guardare, nessuno dei frati distolse gli occhi dai lunghi
capelli chiari, incantevoli pur se sporchi e aggrovigliati, e dalla pelle
alabastrina che sfidava il candore della neve. Il priore avvicinò la mano alle
labbra esangui. Non avvertendo calore si chinò per sfiorare il naso con
l'orecchio.
«Sembra
che respiri» disse rialzandosi di scatto. «Sia ringraziato il cielo. Presto,
portiamola dentro e scaldiamola.»
Tutti
approvarono, ma nessuno si mosse.
«Non
peccherete se le vostre menti saranno pure» li esortò il priore capendo il
motivo d'imbarazzo dei fratelli.
Mentre
due tiravano la ragazza per le braccia, altri cercarono di sollevare il cavallo
per liberare la gamba che era rimasta sotto.
Dopo
numerosi quanto vani tentativi, Fulgenzio sospirò, quasi lo disturbasse
distogliere l'attenzione dalla spada del cavaliere che stava ripulendo dal
fango. «Sotto al saio sono nudo» disse «ma se potrò mettere i piedi ai lati
del corpo della...» indicò la creatura con un cenno del capo, non
arrischiandosi a nominarla «e accovacciarmi su di esso, io sposterò la bestia.»
Il
priore rivolse le palme al cielo e benedì il tentativo di Fulgenzio che, dopo
un'ultima passata col lembo del saio alla lama tornata lucente, passò l'arma a
un compagno, appoggiò la schiena al cavallo e, piantati i piedi vicino ai
fianchi della giovane donna, si piegò sulle ginocchia afferrando il bordo della
sella. Poi, con un grugnito cavernoso, si inarcò e continuò a tirare finché
gli altri non ebbero sfilato la gamba da sotto il ventre dell'animale.
Come
ubbidendo a un tacito accordo tutti si ritirarono, lasciando che fosse Fulgenzio
a raccogliere il corpo che giaceva inerte e portarlo dentro le mura. Senza
rimuovere i gambali per non infliggere a sé e agli altri ulteriori tormentose
visioni, lui passò le braccia irsute e muscolose sotto le ascelle e le
ginocchia della ragazza e la sollevò con la venerazione che avrebbe tributato a
una reliquia sacra.
«Vai,
vai!» lo esortò il priore vedendo il frate attardarsi per raccogliere lo
straccio che, cadendo, aveva di nuovo scoperto il petto della ragazza. «Dopo
verrai a confessarti, ma adesso sbrigati: non peccherai di lussuria se penserai
solo a salvare la vita di questa pecorella.»
Le
braccia tese in avanti, lo sguardo rivolto verso il cielo per non essere indotto
in tentazione, Fulgenzio camminò tastando il terreno con i grossi piedi scalzi,
attento a non inciampare. Quando entrò nella foresteria qualcuno stava già
accendendo il fuoco nel camino, altri arrivarono portando paramenti di lino e un
saio, il dispensiere era sceso in cantina per spillare una brocca del vino
migliore e due fratelli giunsero dalla cucina portando una pagnotta e un
formaggio. L'erborista era corso in laboratorio a dosare una delle sue misture.
Quella
notte nessuno dei monaci riuscì a dormire, turbati da un evento che non
sapevano spiegare ma che forse nel bene, molto più probabilmente nel male,
avrebbe segnato la loro esistenza. Nemmeno Fulgenzio chiuse occhio, sebbene per
lui il demone assumesse una connotazione diversa che cercò di combattere alla
sua maniera: all'alba aveva consumato una scorta di carbone che sarebbe dovuta
bastargli per un mese e aveva battuto e ribattuto i suoi lingotti al punto che
mai il convento aveva avuto, né mai avrebbe avuto in seguito, ferro più
omogeneo e resistente.
John
Forrest pigiò il pulsante del semaforo e restò appoggiato al palo, col braccio
teso, aspettando il verde per attraversare.
Un'auto
color amaranto metallizzato accostò davanti a lui. Riconobbe la marca dal
mirino piazzato sulla punta del cofano, ma non il modello: per lui le automobili
non erano altro che aggeggi dotati del potere di trasformare la pigrizia in
nevrastenia. A conferma della sua teoria, da decine di clacson si levò un
bailamme assordante.
Non
si accorse che il cristallo della portiera era sceso finché non vide l'autista,
allungato sul sedile vuoto del passeggero, sporgersi verso di lui.
«Posso
offrirle un passaggio?» chiese una voce che, per sovrastare il chiasso del
traffico, suonò stridula, quasi in falsetto.
John
si guardò attorno. Non c'erano altri ai quali potesse essere rivolta la
domanda. «Dice a me?» chiese chinandosi per vedere meglio. Gli sfuggì un
sibilo. Quasi distesa di traverso sui sedili, una donna lo guardava da dietro un
paio di piccoli occhiali neri, tondi, a specchio, appoggiati su un naso minuto e
appuntito. Sotto, la bocca era evidenziata dallo stesso colore granato che
spiccava anche sulle unghie, appena lunghe e perfettamente curate. Al polso
destro, sul quale si puntellava per tenersi in equilibrio, la signora portava un
pesante bracciale d'oro. Un abito bianco senza maniche faceva risaltare il
colore ambrato della pelle abbronzata e pendeva un poco in avanti offrendo
un'interessante visione dell'interno della scollatura. Dalla parte opposta
l'indumento scendeva appena oltre l'anca lasciando scoperto un lungo paio di
gambe affusolate che terminavano con caviglie sottili e
piedi minuti infilati in sobrie calzature, pure bianche. Non indossava
calze né reggiseno e non si vedeva traccia di elastico neppure sui fianchi. Nel
risalire di nuovo fino alla testa, John aggiunse al quadro una cascata di
capelli biondi che scendevano fino alle spalle e un collo aggraziato attorno al
quale era avvolto un sottile filo di perle.
«Salga
professor Forrest» insistette la donna. «Non posso restare ferma qui in
eterno.»
«Il
problema è che non so dove sto andando» rispose lui, stupito dal fatto che la
sconosciuta l'avesse chiamato per nome. «E non credo di avere il piacere...»
«Non
sforzi la memoria» lo interruppe lei. «Non ci siamo mai incontrati ma se può
tranquillizzarla mi chiamo Donna e sono la moglie di Derryl Carson.»
«Quel
Carson?» A giudicare dalla classe sociale cui la donna sembrava appartenere
poteva anche essere vero.
«Proprio
quello. E adesso, per cortesia, salga se non vuole assistere a un linciaggio.»
John
Forrest lanciò un'occhiata agli automobilisti che si agitavano tutt'intorno e
stava per aprire la portiera quando un rapido esame del proprio aspetto lo bloccò:
giacca sgualcita con le toppe ai gomiti, jeans stinti, cravatta stropicciata,
polsini della camicia sfilacciati e scarpe da ginnastica. E magari puzzava di
sudore, per non parlare dell'alito con ogni probabilità impestato dagli
spaghetti aglio e olio coi quali aveva pranzato. «Mi lasci il suo numero»
disse scostandosi «la chiamerò.»
«Non
dica sciocchezze, ho fretta. E non si preoccupi: se avessi cercato un
fotomodello non mi sarei rivolta a lei.»
Gli
aveva letto nella mente? John si passò una mano sulla guancia non rasata.
"Che situazione assurda" pensò "passi la vita a sognare donne
del genere e quando te ne capita una ci fai la figura del fesso."
«Allora,
si decide? Fra tre secondi la manderò al diavolo e andrò a prelevare il numero
due della lista, che tra l'altro mi sta aspettando.»
«Non
so di che lista parli» replicò John tornando a chinarsi «ma, dopo avermi
riservato l'onore della prima posizione, perché ha dato appuntamento agli altri
e non a me?»
«L'avrei
fatto, se solo avesse l'accortezza di lasciare un recapito quando va a spasso
per il mondo.»
Non
poteva darle torto: era stato in Europa quasi un mese senza mai informare
nessuno sui suoi spostamenti. «E chi sarebbe il numero due?» chiese salendo
sull'auto.
Senza
rispondere la signora spostò la leva del cambio automatico in posizione di
marcia e incuneò la vettura nella colonna di veicoli scatenando un altro coro
di strombazzi. «Se smette di guardarmi le gambe e mi ascolta» esordì «le dirò
cosa voglio.»
«Non
ci crederà, ma sono dotato di occhi e orecchie indipendenti.» Era abituato a
trattare con gente del genere e sapeva per esperienza quanto gli snob adorassero
mostrarsi accondiscendenti verso gli intellettuali e i loro tentativi di
affermare la propria dignità. Che in quel caso si trattasse di una donna, e
parecchio affascinante, l'aveva colto impreparato, ma si stava riprendendo. E
pensandoci bene, anche la sua reazione impacciata alla richiesta di salire in
auto era stata del tutto adeguata a quanto ci si aspettava da lui.
«Tra
poco più di tre ore» proseguì la donna ignorando la battuta «batteranno
all'asta un incunabolo che voglio aggiungere alla mia collezione. Quello che le
chiedo, e per cui sono a disposta a offrire un compenso adeguato, è un suo
parere sull'autenticità dell'opera.»
«Non
ha l'aria di una che si interessa di incunaboli.»
«Se
è per questo, ho forse l'aria di una che non fa sesso da più di un mese?»
Perso
l'attimo per una risposta brillante, piuttosto che cadere nella trappola, John
preferì tacere. Con la coda dell'occhio la vide serrare appena le labbra. «Di
cosa si tratta?» chiese lasciando cadere l'argomento.
«Una
biografia di San Francesco, della quale posseggo già una copia manoscritta e
miniata.»
«Interessante.
E quale sarebbe?»
«Tractatus
de miraculis Sancti Francisci di Tommaso da Celano, miniato da Oderisi da
Gubbio.»
Fingendo
di assecondarla John sorrise e declamò: «Oh!
diss'io lui, non se' tu Oderisi, l'onor d'Agobbio, e l'onor di quell'arte
ch'alluminare, chiamata è in Parisi?»
«Frate,
diss'elli,» proseguì lei in discreto italiano «più
ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese: l'onore è tutto or suo, e mio
in parte. Divina Commedia, Purgatorio, canto undicesimo.»
John
sobbalzò, il sorriso congelato sulle labbra. «Non vorrà dirmi che conosce
tutta la Divina Commedia a memoria?»
«E
lei?»
«Per
la verità conosco pochi altri versi» balbettò lui sbigottito.
«Forse
anch'io. Allora? È disposto a fare la perizia che le ho chiesto?»
Ancora
interdetto, John boccheggiò diverse volte prima di ritrovare la parola. «Aspetti
un attimo, signora Carson. Non mi risulta che Oderisi da Gubbio abbia miniato
l'opera che ha citato.»
«Mi
chiami Donna» lo interruppe lei «e se mi farà la cortesia di visitare casa
mia sarò lieta di mostrarle che non scherzo. Ho anche un Legenda
prima, scritto dal da Celano per papa Gregorio IX, un Legenda in usum chori, versione ridotta a cura dello steso autore, e
un Legenda secunda.» Guardò
l'orologio sul cruscotto. «Detto questo» aggiunse tamburellando con le dita
sul volante «restano due ore e quarantasette minuti: spero che non si tirerà
indietro.»
«Ma...»
«Non
sono qui per ascoltare inutili espressioni di sorpresa. È dell'incunabolo che
voglio parlare.»
John
si accorse di faticare ad assorbire il concetto di donna bella, colta e
intelligente. Non che ci fosse qualcosa di strano in quella miscela,
semplicemente non l'aveva mai sperimentata. «Allora lo faccia» disse per
prendere tempo.
«È
attribuito ai tipografi Sweynheym e Pannartz» partì lei senza farsi pregare.
«Stampato a Subiaco tra il 1465 e il 1468.»
«Non
mi risulta nemmeno questo.»
«Infatti
nessuno dei repertori lo cita, nemmeno il Repertorium
né il Gesamtkatalog der Wiegendrucke.
Per questo ho bisogno della sua consulenza. Non vorrei spendere una fortuna per
poi accorgermi che si tratta di un falso, ma nemmeno perdere l'occasione di
assicurarmi un'opera eccezionale nel caso fosse autentica.»
«Gli
altri cosa hanno detto?»
«Gli
altri chi?»
«Se
mi considerasse stupido non mi avrebbe interpellato, quindi non mi tratti come
tale.»
«Giusto»
convenne Donna senza insistere. «Nessuno di quelli a cui mi sono rivolta se l'è
sentita di dare un giudizio definitivo.»
«E
come è arrivata a me?»
«Conoscenze
comuni. E ora le dispiacerebbe occuparsi dell'incunabolo?»
John
la declassò da antipatica a insopportabile e si sforzò di pensare che la
consulenza avrebbe ridato un po' di ossigeno al suo asfittico conto corrente. «Ha
una descrizione dell'opera?»
«Nel
portadocumenti, sul sedile posteriore.»
John
slacciò la cintura di sicurezza e si contorse per arrivare alla valigetta. Se
la pose sulle ginocchia e l'aprì. Sotto un ammasso di cianfrusaglie di tipico
uso femminile trovò un catalogo.
Christie's
Parke‑Bernet
Asta di opere d'arte del tardo medioevo
Sabato
16 giugno 2001. Ore 17.
Rockefeller
Center ‑ New York
Le
pagine erano state tutte strappate tranne quelle relative al lotto n.14, la
prima delle quali riportava la foto del frontespizio miniato di un codice: in
una cornice di foglie di acanto, attorno a un San Francesco a mani giunte,
volavano una quantità di uccelli variopinti mentre ai piedi del santo erano
accovacciati diversi animali domestici insieme ad altri selvatici. John suppose
che si trattasse di una xilografia colorata a mano ma, vista l'aria che tirava,
preferì non commentare. La pagina seguente era la scheda identificativa del
lotto.
Titolo:
Tractatus de miraculis Sancti Francisci
Autore:
Tommaso da Celano
Lingua:
latino
N.
immagini: 21 xilografie, delle quali una,
sul frontespizio, dipinta a mano
Epoca:
1465‑1468
Tema:
biografia di S. Francesco
Tipo:
incunabolo
Editore:
Sweynheym e Pannartz ‑ Subiaco
Provenienza:
collezione privata
Supporto:
pergamena
Dimensioni:
foglio (392x286), specchio (261x191)
Copertina:
tavolette di legno con dorso in pelle
Condizione:
incunabolo integro; qualche buco di
insetti infestanti, specie nelle pagine iniziali; macchie di umidità nei
margini delle pagine iniziali e finali.
Descrizione:
unica edizione nota di questo codice,
l'esemplare proviene da una collezione privata alla quale appartiene da tempo
immemorabile. Data e luogo di stampa sono riportati nell'ultima pagina. Il
frontespizio reca un'ammirabile xilografia dipinta a mano con uso diffuso di
lapislazzuli e foglia d'oro. I margini dei fogli sono fittamente annotati: alle
postille rosse, che sono le più numerose, se ne affiancano altre in inchiostro
bruno appuntate da mano diversa.
Base
d'asta: $ 400.000
John
alzò gli occhi dal fascicolo. «Provenienza piuttosto oscura.»
«Risparmi
le banalità, professor Forrest, so elaborarne a iosa anche da sola.»
«Credevo
che il chiamarsi per nome fosse reciproco. O preferisce ristabilire le distanze
per le banalità che dico?»
«Se
fare lo spiritoso non è determinante per il suo metodo di indagine, la
inviterei ad astenersi da stupide battute. Suppongo immagini che quel codice non
sarà aggiudicato per meno di un milione di dollari, una somma che nemmeno io
posso permettermi di prendere alla leggera.»
John
ritenne inopportuno spiegare come lui, invece, su una cifra del genere poteva
benissimo scherzare: a malapena sapeva con quanti zeri era scritta. Lesse in
silenzio le altre informazioni contenute nel fascicolo, ma nessuna di esse
documentava in modo definitivo la provenienza del codice, né come fosse finito
nella collezione.
Una
ventina di minuti dopo Donna fermò l'auto e scese. Scorgendo il Prometeo
dorato, John capì che erano arrivati in Rockefeller Plaza. Un giovane elegante
si avvicinò e scambiò qualche parola con Donna, che gli passò le chiavi della
vettura e si avviò decisa verso una porta a vetri girevole.
Al
dito medio della mano che si allungò sul tavolo di mogano per prendere il
cellulare era infilato un grosso anello.
«Sono
arrivati» disse chi aveva chiamato.