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La pietra dei Maya In Egitto alla ricerca
del leggendario faro di Alessandria, l'archeologo Simon Parker riceve
un'offerta che risolverebbe molti dei suoi problemi economici. Per
soddisfare la richiesta della Magnusson International basterebbe una
piccola modifica al programma della spedizione, ma cosa si nasconde dietro
l'apparente innocenza della proposta? |
1
Non
c’era più tempo. Nella cripta, appena rischiarata dalla fiamma di un'unica
torcia, il vecchio richiuse il piccolo scrigno. Si coprì la testa con il
cappuccio del mantello e diede un ultimo sguardo ai rotoli della biblioteca che
non avrebbe mai più rivisto. Trattenne a stento un'imprecazione. Perché le
stelle non lo avevano messo in guardia? Strinse i pugni e trasse un profondo
respiro, non c'era che una spiegazione possibile: lui e il suo popolo erano
stati scelti per attuare un disegno così grande da non poter essere compreso. E
se quello era il volere degli dei, che così fosse.
Si
volse. In piedi, le braccia incrociate sul petto, un giovane lo aspettava in
silenzio. Lo avrebbe aiutato a salire per l’ultima volta la lunga scalinata
del tempio dove lo aspettavano gli uomini della guardia scelta. Si sarebbe
trattenuto poco, giusto il tempo di una preghiera. Poi avrebbe raggiunto la sua
gente per guidarla in un esodo senza speranza.
Parte
prima
2
Nella
stanza semibuia, appoggiato allo stipite della finestra, Mac arrotolò le
maniche della camicia verde di stile militare. Con un sigaro spento tra i denti
e una tazza di caffè in mano, attraverso le stecche della veneziana guardava la
distesa d'erba che circondava la fattoria. Era stata la creatura, allora
cucciolo appena svezzato, a scegliere come tana quel rudere privo di strade
d’accesso, a oltre cento miglia dall’abitato più vicino; la prima di una
lunga serie di analisi azzeccate: nessuno era mai venuto a curiosare. Costretto
a una vita di isolamento, non aveva rimpianti, ripagato dalla soddisfazione di
vedere la sua piccola diventare ogni giorno più potente, esperta, determinata.
Matura. Integrando decine di calcolatori e migliaia di programmi aveva
addestrato Eva*
a prevedere l’imprevedibile.
Un beep segnalò posta in arrivo. Mac morse il sigaro e andò alla consolle, sulla quale digitò il comando per leggere il messaggio: il grande capo lo convocava nella sede centrale della compagnia.
*
Eva:
Eventuality analyzer
*
* *
Steso
sulla sedia a sdraio, gli occhi ridotti a una fessura per proteggerli dal
riverbero, Jerome Fawcet guardava le signore ammucchiate come iguane
attorno alla piscina. Di fianco a lui, facendo gemere le molle che tendevano il
telo del lettino, la moglie si girò a pancia sotto e riprese a incasellare
lettere in un cruciverba. Pubblicità di merda. Se quello era ciò che di
fantastico avevano da offrire i Caraibi, tanto sarebbe valso iscriversi alla
gita sociale del gruppo geriatrico di quartiere! E non era una gran consolazione
che quella noia mortale non gli costasse un dollaro.
Da
sotto la tettoia del bar, uno dei due body guard che non lo perdevano di
vista un attimo gli strizzò l'occhio. Jerome mostrò un dito: poteva mettersela
in quel posto la vacanza premio. Che poi, mentre l’orgoglio per il prestigioso
riconoscimento gonfiava il petto di sua moglie, a lui era bastato fare due più
due per capire: altro che premio, il viaggio era servito per tenerlo lontano
mentre gli addetti alla sicurezza organizzavano la protezione della sua
scoperta. E i due gorilla, più che per proteggerlo, lo seguivano per essere
certi che non facesse incontri inopportuni. Poi, al ritorno, lo
attendevano il trasferimento in una delle villette del villaggio vip,
un'auto nuova e la tessera con la quale lui e la sua famiglia avrebbero potuto
accedere gratuitamente a cinema, teatri e impianti sportivi. Niente da dire, la
compagnia sapeva come coccolare i suoi cervelli. In cambio chiedeva solo
che accettassero di vivere in una specie di scatola di vetro dove la parola privacy
era del tutto priva di significato.
Tutto
era cominciato un paio di anni prima, quando una rivista scientifica aveva
pubblicato un esperimento che, secondo l’autore, avrebbe aperto la strada alla
fusione nucleare fredda. La prospettiva di vedere vanificati anni di costose e
sofisticate ricerche, oltre all’umiliazione di farsi battere da un
principiante, aveva inquietato non poco quanti avevano cullato il sogno di
svelare il segreto dell’energia pulita. Ma la gloria dell’uno e i timori
degli altri erano stati di breve durata: le verifiche avevano escluso qualunque
implicazione nucleare nella reazione e i direttori dei vari ciclo‑beta‑proto‑sincrotroni
erano tornati a dormire sonni tranquilli.
Lui
era stato uno dei tanti che avevano riprodotto l’esperimento ma, a differenza
dei colleghi che si erano limitati a smascherare l’impostore, aveva continuato
a cercare l’origine di una minuscola, inspiegabile quantità di energia
effettivamente generata dal reattore. Alla fine aveva dimostrato che si trattava
di una microcorrente elettrica che, per un difetto dell'apparecchiatura,
derivava dalla combinazione di idrogeno e ossigeno gassosi presenti in tracce
nell’acqua salata del bagno termostatico. La reazione era la stessa sfruttata
nelle pile a combustione se non che, invece di essere alimentati dall’esterno,
i gas erano già disciolti nell’acqua. Sebbene pregevole dal punto di vista
scientifico, la scoperta non era però di alcun interesse pratico, in quanto i
calcoli mostravano che sarebbero occorsi oltre due giorni per produrre l'energia
consumata in tre secondi da una radiolina a transistor. Rassegnato ai miseri
guadagni derivanti dalla pubblicazione della scoperta, prima di smantellare
l’esperimento, Jerome aveva deciso di procedere a un’ultima prova e aveva
rivestito un componente del reattore con una lega metallica alla quale aveva
lavorato anni prima e che, a suo tempo, si era rivelata tanto costosa quanto
inutile. Senza un’idea precisa di che cosa aspettarsi, aveva chiuso il
contatto ed era quasi svenuto quando, con un clic e un filo di fumo, il
delicato strumento collegato al circuito era saltato per sovraccarico di
corrente. Nei giorni successivi, ripetute tutte le misure, aveva dimostrato che
la sua lega catalizzava la reazione rendendola concretamente sfruttabile.
Certo, per essere vantaggioso un impianto avrebbe dovuto processare portate
d’acqua enormi, ma a quel punto il problema sarebbe passato agli ingegneri.
Sentendo
la pelle scottare, Jerome premette un dito sulla coscia e guardò preoccupato la
chiazza bianca lasciata sulla pelle rosata. Per l'ennesima volta consultò il
datario dell'orologio: ancora tre giorni e finalmente sarebbe tornato nel fresco
del suo laboratorio.
*
* *
Due
miglia al largo di Alessandria d’Egitto, a quindici metri di profondità,
Simon Parker risaliva verso la superficie rispettando la tabella di
decompressione. Un’altra immersione infruttuosa. «Eppure devi essere da
qualche parte» pensò mentre si godeva il contatto con l’acqua che si faceva
più tiepida. Spense la torcia. Poco distante, il profilo netto della parte
immersa di uno scafo era sovrastato dall’immagine distorta del resto della
barca. Con un’ultima battuta di pinne sbucò all’aria, sputò il boccaglio e
nuotò verso poppa.
«Niente?»
chiese Gwen sporgendosi dalla scaletta.
Nonostante li avesse visti migliaia di volte, Simon non riuscì a sottrarsi alla magia degli occhi che lo fissavano, di un azzurro così intenso da far apparire stinto quello del cielo sullo sfondo. Mentre faceva segno di no con la testa, lasciò scivolare lo sguardo tra i lembi dalla camicetta annodata in vita e, nel tenderle le pinne, la costrinse ad allungarsi. Per farle perdere l’equilibrio bastò tirarla appena per la mano. Con un gridolino di protesta lei fece forza sulla punta dei piedi, volò sopra di lui descrivendo un arco perfetto e s’immerse senza sollevare uno spruzzo. Seguita da una scia di bollicine, si lasciò scivolare fino a esaurire la spinta, poi, coi capelli che si gonfiavano in una nuvola rossa e si distendevano all’indietro, tornò verso di lui. Giocarono sott’acqua finché ebbero aria nei polmoni. Con l’immersione di quel giorno terminava il programma di esplorazione: anche se a mani vuote, si tornava a casa.