La pietra dei Maya

In Egitto alla ricerca del leggendario faro di Alessandria, l'archeologo Simon Parker riceve un'offerta che risolverebbe molti dei suoi problemi economici. Per soddisfare la richiesta della Magnusson International basterebbe una piccola modifica al programma della spedizione, ma cosa si nasconde dietro l'apparente innocenza della proposta?

Il piano della Magnusson è top secret: la sorgente di energia scoperta in uno dei suoi laboratori è destinata a sostituire petrolio e nucleare, e per Thomas Crowton, presidente della compagnia, il monopolio del mercato energetico sarà il fulcro della scalata al potere.

Approfittando di una raffica di inspiegabili sciagure ferroviarie che gettano gli Stati Uniti nel caos, Crowton manovra per spianare la strada al proprio trionfo. Intanto in Guatemala, dove si è recato per compiere la missione affidatagli, Simon è diventato un bersaglio. Cosa ha scoperto senza accorgersene? Chi lo vuole morto? La misteriosa iscrizione trafugata dalla grande piramide di Tikal l'ha attirato in un labirinto nel quale ogni passo potrebbe essere l'ultimo.

In un mondo dove le alleanze durano quanto una stretta di mano e basta un clic per spostare somme enormi di denaro, come trovare una via d'uscita se ogni indizio conduce a un vicolo cieco e Mac, ombroso genio informatico, lavora incessantemente per confondere le piste?

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Prologo

 

1

 Non c’era più tempo. Nella cripta, appena rischiarata dalla fiamma di un'unica torcia, il vecchio richiuse il piccolo scrigno. Si coprì la testa con il cappuccio del mantello e diede un ultimo sguardo ai rotoli della biblioteca che non avrebbe mai più rivisto. Trattenne a stento un'imprecazione. Perché le stelle non lo avevano messo in guardia? Strinse i pugni e trasse un profondo respiro, non c'era che una spiegazione possibile: lui e il suo popolo erano stati scelti per attuare un disegno così grande da non poter essere compreso. E se quello era il volere degli dei, che così fosse.

Si volse. In piedi, le braccia incrociate sul petto, un giovane lo aspettava in silenzio. Lo avrebbe aiutato a salire per l’ultima volta la lunga scalinata del tempio dove lo aspettavano gli uomini della guardia scelta. Si sarebbe trattenuto poco, giusto il tempo di una preghiera. Poi avrebbe raggiunto la sua gente per guidarla in un esodo senza speranza.

 

Parte prima

 

2

 Nella stanza semibuia, appoggiato allo stipite della finestra, Mac arrotolò le maniche della camicia verde di stile militare. Con un sigaro spento tra i denti e una tazza di caffè in mano, attraverso le stecche della veneziana guardava la distesa d'erba che circondava la fattoria. Era stata la creatura, allora cucciolo appena svezzato, a scegliere come tana quel rudere privo di strade d’accesso, a oltre cento miglia dall’abitato più vicino; la prima di una lunga serie di analisi azzeccate: nessuno era mai venuto a curiosare. Costretto a una vita di isolamento, non aveva rimpianti, ripagato dalla soddisfazione di vedere la sua piccola diventare ogni giorno più potente, esperta, determinata. Matura. Integrando decine di calcolatori e migliaia di programmi aveva addestrato Eva* a prevedere l’imprevedibile.

Un beep segnalò posta in arrivo. Mac morse il sigaro e andò alla consolle, sulla quale digitò il comando per leggere il messaggio: il grande capo lo convocava nella sede centrale della compagnia.

 

* Eva: Eventuality analyzer

 

* * *

 

Steso sulla sedia a sdraio, gli occhi ridotti a una fessura per proteggerli dal riverbero, Jerome Fawcet guardava le signore ammucchiate come iguane attorno alla piscina. Di fianco a lui, facendo gemere le molle che tendevano il telo del lettino, la moglie si girò a pancia sotto e riprese a incasellare lettere in un cruciverba. Pubblicità di merda. Se quello era ciò che di fantastico avevano da offrire i Caraibi, tanto sarebbe valso iscriversi alla gita sociale del gruppo geriatrico di quartiere! E non era una gran consolazione che quella noia mortale non gli costasse un dollaro.

Da sotto la tettoia del bar, uno dei due body guard che non lo perdevano di vista un attimo gli strizzò l'occhio. Jerome mostrò un dito: poteva mettersela in quel posto la vacanza premio. Che poi, mentre l’orgoglio per il prestigioso riconoscimento gonfiava il petto di sua moglie, a lui era bastato fare due più due per capire: altro che premio, il viaggio era servito per tenerlo lontano mentre gli addetti alla sicurezza organizzavano la protezione della sua scoperta. E i due gorilla, più che per proteggerlo, lo seguivano per essere certi che non facesse incontri inopportuni. Poi, al ritorno, lo attendevano il trasferimento in una delle villette del villaggio vip, un'auto nuova e la tessera con la quale lui e la sua famiglia avrebbero potuto accedere gratuitamente a cinema, teatri e impianti sportivi. Niente da dire, la compagnia sapeva come coccolare i suoi cervelli. In cambio chiedeva solo che accettassero di vivere in una specie di scatola di vetro dove la parola privacy era del tutto priva di significato.

Tutto era cominciato un paio di anni prima, quando una rivista scientifica aveva pubblicato un esperimento che, secondo l’autore, avrebbe aperto la strada alla fusione nucleare fredda. La prospettiva di vedere vanificati anni di costose e sofisticate ricerche, oltre all’umiliazione di farsi battere da un principiante, aveva inquietato non poco quanti avevano cullato il sogno di svelare il segreto dell’energia pulita. Ma la gloria dell’uno e i timori degli altri erano stati di breve durata: le verifiche avevano escluso qualunque implicazione nucleare nella reazione e i direttori dei vari ciclo‑beta‑proto‑sincrotroni erano tornati a dormire sonni tranquilli.

Lui era stato uno dei tanti che avevano riprodotto l’esperimento ma, a differenza dei colleghi che si erano limitati a smascherare l’impostore, aveva continuato a cercare l’origine di una minuscola, inspiegabile quantità di energia effettivamente generata dal reattore. Alla fine aveva dimostrato che si trattava di una microcorrente elettrica che, per un difetto dell'apparecchiatura, derivava dalla combinazione di idrogeno e ossigeno gassosi presenti in tracce nell’acqua salata del bagno termostatico. La reazione era la stessa sfruttata nelle pile a combustione se non che, invece di essere alimentati dall’esterno, i gas erano già disciolti nell’acqua. Sebbene pregevole dal punto di vista scientifico, la scoperta non era però di alcun interesse pratico, in quanto i calcoli mostravano che sarebbero occorsi oltre due giorni per produrre l'energia consumata in tre secondi da una radiolina a transistor. Rassegnato ai miseri guadagni derivanti dalla pubblicazione della scoperta, prima di smantellare l’esperimento, Jerome aveva deciso di procedere a un’ultima prova e aveva rivestito un componente del reattore con una lega metallica alla quale aveva lavorato anni prima e che, a suo tempo, si era rivelata tanto costosa quanto inutile. Senza un’idea precisa di che cosa aspettarsi, aveva chiuso il contatto ed era quasi svenuto quando, con un clic e un filo di fumo, il delicato strumento collegato al circuito era saltato per sovraccarico di corrente. Nei giorni successivi, ripetute tutte le misure, aveva dimostrato che la sua lega catalizzava la reazione rendendola concretamente sfruttabile. Certo, per essere vantaggioso un impianto avrebbe dovuto processare portate d’acqua enormi, ma a quel punto il problema sarebbe passato agli ingegneri.

Sentendo la pelle scottare, Jerome premette un dito sulla coscia e guardò preoccupato la chiazza bianca lasciata sulla pelle rosata. Per l'ennesima volta consultò il datario dell'orologio: ancora tre giorni e finalmente sarebbe tornato nel fresco del suo laboratorio.

 

* * *

 

Due miglia al largo di Alessandria d’Egitto, a quindici metri di profondità, Simon Parker risaliva verso la superficie rispettando la tabella di decompressione. Un’altra immersione infruttuosa. «Eppure devi essere da qualche parte» pensò mentre si godeva il contatto con l’acqua che si faceva più tiepida. Spense la torcia. Poco distante, il profilo netto della parte immersa di uno scafo era sovrastato dall’immagine distorta del resto della barca. Con un’ultima battuta di pinne sbucò all’aria, sputò il boccaglio e nuotò verso poppa.

«Niente?» chiese Gwen sporgendosi dalla scaletta.

Nonostante li avesse visti migliaia di volte, Simon non riuscì a sottrarsi alla magia degli occhi che lo fissavano, di un azzurro così intenso da far apparire stinto quello del cielo sullo sfondo. Mentre faceva segno di no con la testa, lasciò scivolare lo sguardo tra i lembi dalla camicetta annodata in vita e, nel tenderle le pinne, la costrinse ad allungarsi. Per farle perdere l’equilibrio bastò tirarla appena per la mano. Con un gridolino di protesta lei fece forza sulla punta dei piedi, volò sopra di lui descrivendo un arco perfetto e s’immerse senza sollevare uno spruzzo. Seguita da una scia di bollicine, si lasciò scivolare fino a esaurire la spinta, poi, coi capelli che si gonfiavano in una nuvola rossa e si distendevano all’indietro, tornò verso di lui. Giocarono sott’acqua finché ebbero aria nei polmoni. Con l’immersione di quel giorno terminava il programma di esplorazione: anche se a mani vuote, si tornava a casa.